Teatro e Neurologia

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Del Prof. Mario Manfredi

 

Emerito di Neurologia

Sapienza Università di Roma

IRCCS Neuromed, Pozzilli (Isernia)

 

Nel nostro mondo di neurologi e di psichiatri il teatro ha un ruolo in corso di definizione, che molti clinici vanno valutando. Sono aiutati da una rivoluzione tecnologica importantissima avvenuta negli ultimi quindici anni e cioè l’emergenza degli studi funzionali del cervello. Le tecniche PET (con l’uso di un tracciante radioattivo)  e le tecniche di risonanza magnetica funzionale (senza traccianti esterni) rendono evidenti le zone del cervello che in quel momento si stanno attivando, e hanno aperto un dialogo fra le manifestazioni psicologiche – anche le espressioni  artistiche -  e le misure di laboratorio della attività cerebrale.

Nel cervello umano c'è tutto il nostro io. Il bene,  il male,  i sentimenti,  i pensieri, le passioni, lì avvengono e lì vanno cercati, non v'è dubbio su questo. Quindi la interpretazione delle problematiche e dei comportamenti umani sta lì dentro: sta nei circuiti cerebrali, sta dentro la nostra testa. E adesso i circuiti si riescono a studiare in maniera non dico esauriente ma abbastanza indicativa. Ne deriva che gran parte delle manifestazioni dello spirito umano, nelle più varie aree, dalle sensazioni elementari come olfatto, tatto, dolore  fino al movimento e alle attività intellettuali come l’ascolto della musica, il pensiero, le  performance artistiche e anche teatrali, può essere studiato con le tecniche PET o di risonanza funzionale,  alla ricerca delle aree cerebrali  più coinvolte in una specifica attività.

Il  problema principale  è riuscire a mettere insieme un esperimento non criticabile. Prendiamo il caso di un soggetto che recita: che succede nel suo cervello?  Usa memoria per ricordare la parte, i sentimenti per interpretarla, la mimica e le mani per esprimersi, la lingua per declamare, e  quindi mette in moto una serie di circuiti molto complessi che sovrappongono le loro attività in un intrico in cui  è difficile orientarsi. Bisogna perciò programmare con attenzione l'esperimento specifico per quella funzione, impresa difficile ma non impossibile. Con una astuta programmazione tutto quello che accade nel cervello diventa esplorabile. E lo sarà sempre di più, perché la risonanza funzionale è in forte evoluzione e sta avvicinando sempre più neuroscienze alle manifestazioni intellettuali. Oggi in questa riunione cercheremo qualche aspetto di questa dimensione.

Quando Nicola Modugno mi ha chiesto di fare un'introduzione sul teatro e la neurologia non mi sono troppo stupito. Modugno si occupa di Parkinson  e di teatro. La malattia di Parkinson è una patologia  molto diffusa, che colpisce 300.000 persone in Italia, di solito  persone al di sopra dei cinquant'anni, e provoca disturbi nel movimento. Dentro il nostro cervello vi sono tante strutture utilizzate per muoversi.  Le principali sono i gangli della base, un gruppo di nuclei piazzati sotto la corteccia, che  si occupano di attivare la corteccia nei  movimenti effettuati volontariamente e di organizzare nello stesso tempo tutta la serie dei movimenti che effettuiamo senza pensarci.

La mia gesticolazione, mentre vi sto parlando, è opera dei gangli della base, perché io non sto pensando di effettuare volontariamente questo movimento con la mano, ma mi viene spontaneo parlando. Quindi il movimento volontario, in questo caso il parlare, si accompagna a una serie di movimenti involontari che tradiscono la mia partecipazione emotiva a quello che sto dicendo.          

Ed è questo che nella malattia di Parkinson viene soprattutto colpito: vengono colpiti in maniera importante  i movimenti  generati in maniera automatica dai gangli della base. Per cui il paziente ha una mimica povera, non esprime più col volto i suoi sentimenti, muove meno gli occhi, batte meno le palpebre, quando cammina non muove le braccia. Cammina più lentamente, e quando  deve infilarsi la giacca ci mette  più tempo: anche camminare e infilarsi un indumento sono infatti in larga misura atti automatici. E soprattutto il soggetto non genera più la motilità involontaria che accompagna continuamente i movimenti programmati dalla nostra volontà e che esprimono la nostra emotività. La malattia di Parkinson non è solo perdita dei movimenti automatici: coinvolge anche la motilità volontaria e in alcuni casi anche le attività cognitive

Modugno ha avuto una intuizione: "quando ai pazienti con il  Parkinson prescriviamo la fisioterapia per farli continuare a camminare, visto che c'è anche una difficoltà a esprimere le emozioni e un impoverimento di tipo cognitivo,  perché non proviamo a fargli svolgere anche una attività che li impegni sul piano emotivo e intellettivo?".  

Il teatro gli è sembrato allora il palcoscenico giusto (è proprio il caso di dirlo) per riattivare, assieme al movimento, tutto quello che sta dietro il movimento in termini di accompagnamenti emozionali e di attività cognitiva.

Quando mi ha chiesto di fare l'introduzione, ho scelto questo titolo “Realtà e rappresentazione” impegnativo ma indicativo dei problemi che Modugno ha  sollevato. Vediamo la prima diapositiva (slide). Emerge subito  un dato molto interessante, evidenziato dagli istogrammi della diapositiva: i pazienti con la malattia di Parkinson hanno difficoltà a dire bugie. Fingere, dissimulare, dire bugie è una delle attività fondamentali dell'uomo, da quando le tribù di cacciatori si nascondevano nella foresta per non allarmare la preda. Ma anche oggi tutti noi fingiamo o mentiamo, dalla mattina alla sera: facciamo finta di essere contenti quando ci presentiamo al lavoro, facciamo finta di essere indaffarati durante il giorno, facciamo finta di non essere stanchi quando ci propongono un serata faticosa …non parliamo dei politici per i quali le promesse da non mantenere e la bugia sono un’arma fondamentale di lotta.

I parkinsoniani ci riescono meno. In  questo esperimento si chiede a dei soggetti normali e a dei pazienti parkinsoniani se hanno visto o no una serie di fotografie  presentate da quattro attori. Bisogna dire la verità su tre attori e mentire sul quarto. E’ quindi è un test per vedere se uno è capace di dire bugie. I pazienti normali non fanno nessuna fatica a dire bugie; praticamente che dicano le bugie o la verità la performance è la stessa. I parkinsoniani, invece, quando devono dire bugie sono svantaggiati, ne dicono meno, sono meno capaci mentire, anche se gli viene espressamente richiesto. Può essere anche un merito questo, per quanto nella vita di tutti i giorni dire sempre  la verità è molto pericoloso.

Perché non sono capaci di dire bugie? Vi sono due possibilità: può darsi che vi sia un dato caratteriale e che diventino parkinsoniani quelli che non sono capaci di dire bugie. Anche per altri aspetti caratteriali i pazienti parkinsoniani non sono uguali alle persone comparabili per sesso, età, tipo di lavoro, istruzione, etc.  Per esempio, vi sono meno fumatori fra i pazienti parkinsoniani Il temperamento quindi può essere un fattore che condiziona la possibilità di sviluppare la malattia di Parkinson. Può darsi che il Parkinson colpisca di più le persone oneste. E' consolante che ci siano in Italia 300.000 parkinsoniani, e che ci sia anche qualche politico con la malattia di Parkinson.

Oppure, e questo sembra più ragionevole, può darsi che  con lo sviluppo della malattia le aree cerebrali competenti, tra le altre cose, della simulazione, non siano in grado di funzionare.  Secondo gli autori dell’esperimento è questo ciò che avviene, come viene mostrato nella diapositiva successiva (slide), basata su dati della PET.  I pazienti con la malattia di Parkinson perdono la capacità di mentire a causa della disfunzione delle aree frontali anteriori, la  parte del cervello in cui  risiede la capacità di scegliere fra differenti tipi di riposte. Quando il Parkinson si sviluppa, le zone frontali risultano meno attivate dai gangli della base e perdono la capacità  di effettuare quelle performance intellettive che ci consentono di inibire alcune risposte e di scegliere per esempio fra mentire e dire la verità.

I pazienti col Parkinson hanno principalmente problemi motori, a cominciare dalla deambulazione. Per camminare non è necessario controllare il passo; quando decidiamo di andare alla Vetreria Sciarra per il convegno di Modugno ci mettiamo in cammino, se c'è un marciapiede saliamo, se c'è un ostacolo ci fermiamo, in larga parte in modo automatico. La malattia di Parkinson compromette proprio la motilità automatica, cioè tutti i movimenti compiuti senza il controllo immediato della volontà. I pazienti con malattia di Parkinson hanno difficoltà a mettere in atto una delle attività basilari di qualsiasi vertebrato, camminare. All'inizio il passo è solo rallentato, ma con la progressione della malattia il problema si amplia e le difficoltà compaiono nell’iniziare la marcia e poi nell’attraversare le porte. Un grosso problema  pratico, che espone a cadute,  soprattutto in casa.

La  prestazione migliora se il programma motorio viene in un certo senso fornito dall'esterno. Per esempio,  se un paziente parkinsoniano balla, si muove  meglio che nel fare un  passo per attraversare una porta, perché il ritmo della musica, la presenza del partner che balla e delle persone attorno a lui che svolgono questa attività lo facilita. I suoi gangli della base non devono elaborare  il programma del ballo. Egli  se lo vede attorno, glielo fornisce la musica, glielo fornisce l'atmosfera della sala da ballo. Anche seguire semplicemente il ticchettio di un metronomo fornisce al paziente l’impulso per iniziare a muoversi .

Un altro trucco è insegnare al paziente a introdurre un elemento artificiale nel movimento, che consenta di trasformare un movimento automatico in un movimento voluto.  Per esempio, per iniziare a camminare o per attraversare una porta  gli suggeriamo di effettuare  un passo strano, un  passo di marcia, un passo di ballo, o il passo dell'oca.

La patologia del Parkinson, come vi ho detto, consiste in una modificazione regressiva dei gangli della base che non riescono ad attivare a sufficienza la corteccia e a produrre movimenti. A cosa può servire il teatro nei pazienti con malattia di Parkinson? Me lo sono chiesto quando Modugno anni fa  mi ha detto di volere costituire un gruppo teatrale con i pazienti parkinsoniani. 

"Ma a cosa serve? Ha tanto tempo da buttare?". Poi, di fronte alla sua insistenza sono stato costretto a ripensarci e mi sono venute in mente tante possibilità.

Il teatro è simulazione, perché alla fine 'rappresentare' vuol dire “far finta di essere”, "Così è se vi pare", "Sei personaggi in cerca d'autore", cioè inserire una realtà artificiale che riproduce una realtà reale. Più l'attore è bravo e più si avvicina alla realtà, ma lui sa benissimo di fingere, deve saper fingere ma deve mostrare di fingere, e chi lo guarda sa benissimo che finge, non è un “reality show”, è proprio l’opposto. Quindi è una finzione accettata da tutti, è una bugia condivisa, strumentalizzata, strutturata, ordinata etc. Non è un imbroglio, è un contratto che l'attore fa col pubblico: “io fingo e tu sai che io fingo, e se io fingo bene, se rappresento bene la finzione della realtà tu paghi il biglietto e mi applaudi”.

Ora il teatro costringe i pazienti a rimettere in funzione le aree cerebrali della simulazione, le famose aree frontali che funzionano meno bene nel Parkinson, che ostacolano i suoi movimenti e che possono dargli a lungo andare anche dei problemi di tipo cognitivo. Allora, rappresentare il cammino sul palcoscenico significa vivere una realtà inusuale; nulla è automatico, ma tutti i movimenti devono essere eseguiti e controllati con la volontà: devono simulare la gioia, simulare la tristezza, simulare la rabbia, simulare la contrizione e così via. E soprattutto simulare di muoversi bene. Quindi il teatro è una situazione artificiale che costringe ad attivare le parti del cervello che il parkinsoniano sa usare meno.

Poi c'è il problema dei ritmi. In teatro, quando il paziente recita non è solo sul palcoscenico: vi è la gente che lo guarda e le persone attorno a lui che recitano, gli hanno spiegato cosa deve fare. Vi è quindi un  rifornimento, una produzione di programmi motori che il soggetto trova attorno a se. I gangli della base sono facilitati nell'innescare programmi da tutta questa realtà che si muove attorno a loro e che li spinge in questa direzione. Quindi il teatro fornisce ai pazienti con malattia di Parkinson un ritmo, un aggancio esterno, un programma motorio confezionato, pronto per i gangli della base.

Infine, e questo è un altro effetto collaterale, c'è il problema dei molti pazienti che sono psicologicamente disturbati dalla loro malattia. La malattia di Parkinson è una malattia che si diagnostica per la strada, se vedete passare un paziente capite subito che ha il Parkinson, basta guardare come si muove, come fa oscillare le braccia, etc. I pazienti  non riescano a nasconderla, però a molti  non  fa piacere esibirla. Invece il teatro vuol dire esibirsi. Quindi, gli si da l’occasione e lo stimolo per non avere timore di mostrare all'esterno la propria patologia, il che è sempre un elemento positivo. I pazienti che non devono nascondere i problemi che portano con sé sono più sereni.  Succede per tantissime attività umane, compresa l'attività sessuale.    L'omosessualità è stata almeno ufficialmente accettata, mentre prima veniva quasi sempre nascosta. Il soggetto che l’ammette vive molto meglio,  la sua vita si svolge molto più naturalmente. Basta pensare a tutte le traversie e le umiliazioni che ha dovuto subire Oscar Wilde, lui stesso un grande teatrante fra l’altro.

L'ultima diapositiva mostra James Parkinson e Arthur Schopenhauer (slide). Cosa hanno in comune  Parkinson e Schopenhauer ? James Parkinson ha scritto nel 1817 il suo  libro "An essay on the shaking palsy" (“Saggio sulla paralisi agitante”). Due anni dopo, nel 1819, Arthur Schopenhauer ha pubblicato il suo libro più importante “Die Welt als Wille und Vorstellung”  ("Il mondo come volontà e rappresentazione"). E' curioso che, a distanza di due anni, due persone pubblichino due capolavori, uno in ambito scientifico e l'altro in ambito filosofico, senza conoscersi e senza avere alcuna connotazione comune.

In realtà, qualche carattere comune c'è. Schopenhauer dice che il nostro io è volontà, vogliamo vivere per un impulso emozionale che ci spinge a vivere, ci spinge ad agire, malgrado noi stessi, malgrado che il nostro pensiero razionale certe volte ci trattenga indietro. Il mondo invece è una rappresentazione: questo è un vecchio problema della filosofia classica,  che il mondo è prodotto dalla nostra coscienza. Noi conosciamo quello che c'è nella nostra mente, sentiamo e udiamo quello che le sensazioni producono nella nostra coscienza. Tutto ciò che è al di fuori della nostra mente noi lo intuiamo, ma non possiamo conoscerlo direttamente E’ il famoso noumeno di kantiana memoria.

Per Schopenhauer quindi il mondo è parvenza, è illusione, è sogno. Si rivolge alla filosofia indiana e prende ad esempio il "velo di Maya": tutto quello che noi vediamo è coperto dal velo di Maya, dal velo della nostra coscienza e quello che sta al di là del velo può essere intuito ma non  conosciuto, è la nostra rappresentazione. Quindi il mondo è la nostra volontà perché vogliamo vivere, e il mondo è la nostra rappresentazione perché il nostro cervello, attraverso il quale noi vediamo il mondo, è un velo di Maya. Ma  se il mondo è finzione, il paziente con malattia di Parkinson non si muove male, solo  finge di muoversi male, e vivrà a pieno solo nella volontaria rappresentazione dello suo problema, della sua finzione, quando fingerà di fingere la sua finzione. Il teatro, il regno della finzione, è il suo vero mondo.

E con questo ho concluso. 

 

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